Alcuni sostengono sia il dolce più antico di Roma, altri che la sua invenzione risalga all’Ottocento, portando come prova alcuni testi del poeta Giuseppe Gioacchino Belli. In ogni caso il maritozzo rappresenta una tradizione della pasticceria romana, particolarmente in primavera nel periodo di marzo e durante la Quaresima, tra sacro e profano.
Tra storia e poesia
Il maritozzo è un pane dolce dalla forma leggermente allungata, tagliato nel lato lungo, leggermente in diagonale dall’alto verso il basso e riempito di panna montata.

Il suo profumo è inconfondibile. Si dice derivi da un tipo di pagnotta con burro, miele e uvetta dei tempi dell’Impero Romano. Passando nel Medio Evo e arrivando fino all’Ottocento, diventa un dolce popolare, diffuso principalmente nelle classi sociali più umili.
Probabilmente per questo motivo è stato considerato e tutt’ora si considera accettabile mangiarlo anche durante il periodo di Quaresima. Questa concessione gli valse l’appellativo di Santo Maritozzo, come scrive anche Giuseppe Gioacchino Belli nel suo sonetto “La Quaresima”
Come io nun zò cristiano! Io fo la spesa,
oggni ggiorno der zanto maritozzo.
Io nun cenavo mai, e mmó mme strozzo
pe mmaggnà ott’oncia come vò la cchiesa
Nel corso del tempo, il maritozzo quaresimale e quello che si mangia durante il resto dell’anno si sono diversificati: il primo con uvetta e olio nell’impasto, il secondo con un impasto a base di burro o strutto e con un ripieno traboccante di panna montata. Quello che si mangia in periodo di digiuno ha a volte un ripieno meno abbondante, altre volte è totalmente privo di panna.
Ai tempi del poeta Belli queste pagnottelle dolci erano leggermente diverse.
I maritozzoli sono certi pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero, e talvolta canditure, o anaci, o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno.
Il nome e la tradizione
Il maritozzo, c’è da ammetterlo, ha un nome buffo che nasce da un’usanza ottocentesca e dei primi del Novecento.

All’epoca, infatti, i fidanzati regalavano alle loro promesse spose uno di questi dolci, nascondendo al loro interno un anello di fidanzamento o un oggetto prezioso che rappresentava il vero regalo. C’era anche una data precisa per questo dono: il primo venerdì di marzo, che rappresentava un giorno simbolico per gli innamorati, un po’ come avviene oggi con il 14 febbraio dedicato a San Valentino. È Giggi Zanazzo, poeta romano e studioso di tradizioni popolari a raccontarci che, per l’occasione i maritozzi erano anche decorati con cuori intrecciati o trafitti da una freccia.
una mucchia d’anni fa, dda noi, s’accostumava, in tempo de Quaresima, er primo vennardì de marzo, de portà’ a rigalà’ er maritózzo a l’innammorata. ’Sto maritózzo però era trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami. In der mezzo, presempio, c’ereno du’ cori intrecciati, o ddu’ mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza, eccetra, eccetra: come quelle che stanno su le lettere che sse scriveno l’innammorati. Drento ar maritòzzo, quarche vvorta, ce se metteveno insinenta un anello, o quarch’antro oggetto d’oro
Ma questo dono romantico e il suo nome hanno anche una connotazione più bassa, meno aulica e decisamente più concretamente simbolica se consideriamo la forma fallica o l’apertura colma di panna. Connotazione che diventa più evidente leggendo il sonetto di Belli Er padre de li santi in cui elenca tutti i nomi che può assumere in dialetto romanesco l’organo sessuale maschile. Tra questi c’è proprio “maritozzo”.
I maritozzi oggi
Oggi il maritozzo sta vivendo un momento di fama, celebrato anche da una giornata con degustazioni ed eventi vari in tutta Roma: il Maritozzo Day.
Questo dolce non è più soltanto un alimento popolare, ma una sfida per i migliori chef e pasticceri che lo rielaborano secondo i loro gusti, anche in versioni salate, mescolando tradizioni diverse e a volte lontane, oppure restando comunque nel campo della gastronomia romana.

Forse in questo modo si riempie il maritozzo di prelibatezze e si svuota un po’ della sua storia. Come abbiamo accennato, però, le sue radici sono lontane nel tempo e la tradizione si è evoluta, passando da un semplice pane dolce, a un alimento concesso in periodo di digiuno a un regalo per le fidanzate, fino ad arrivare a un momento di sperimentazione culinaria com’è adesso. Ciò che resta invariato è il piacere di mangiare qualcosa che esiste soltanto nella Città Eterna, magari sporcandosi il naso e restando con le dita sporche di cose buone.