“Perché non parli?” Secondo la leggenda sono le parole che Michelangelo urlò contro il suo Mosè, appena finito di scolpire, scagliandogli contro un martello. Probabilmente questo fatto non avvenne mai, però a Roma, alcune statue hanno davvero parlato e una continua ancora a farlo. Chiaramente non hanno mai emesso suoni, ma in modo molto particolare e con ironia tipicamente romana, sono state la voce del popolo.

Dal XVI secolo iniziò a diffondersi l’usanza di appendere critiche satiriche al collo di alcune sculture. Questa manifestazione del malcontento popolare fu abituale fino al XIX secolo. L’oggetto di queste frasi, spesso in versi erano i rappresentanti del potere politico e religioso, non furono indenni numerosi papi e lo stesso Napoleone. La collocazione delle frasi che facevano parlare le statue avveniva di notte, in modo da evitare testimoni e soprattutto guardie. Le satire, infatti, erano così pungenti e dissacranti che potevano costare la vita ai loro autori che, infatti, facevano di tutto per restare anonimi e sfuggire alla pena capitale. A volte, però erano gli stessi uomini di potere che commissionavano invettive contro loro concorrenti o nemici, per influenzare l’opinione pubblica, mescolando i loro attacchi personali alle frecciatine popolari.
Le statue parlanti di Roma sono sei ed erano chiamate congrega degli arguti. È possibile ammirarle ancora oggi sparse nel centro della città, in una zona compresa tra via del Babuino e piazza Navona. Ciascuna di esse ha un nome: Pasquino, Abate Luigi (o Abbate Luiggi in romanesco), Marforio, Madama Lucrezia (o Madama Lugrezzia in dialetto), il Facchino e il Babuino.
Pasquino
La più famosa statua parlante è Pasquino da cui deriva il nome pasquinate per definire questo tipo di satira politica in versi. La più nota pasquinata, divenuta proverbiale recita: “quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini“.

Il nome ha origini incerte, legato probabilmente a un uomo che lavorava nel luogo del ritrovamento della statua o a un probabile autore di invettive. Alcuni dicono fosse un maestro, altri ancora un barbiere, o un artigiano, forse ciabattino o sarto o ancora a un oste. Sembra che questo romano portasse proprio il nome di Pasquino.
È una scultura presumibilmente del terzo secolo, o meglio, sono resti di gruppo scultoreo rappresentante un eroe della Grecia classica, forse Aiace. Non si sa con certezza se la statua fosse originariamente collocata nello stadio di Domiziano, quella che oggi ammiriamo come Piazza Navona. Fu trovato nel 1501, durante alcuni lavori voluti dal Cardinale Oliviero Carafa per restaurare la piazza su cui sorgeva il suo palazzo. E proprio il cardinale volle questo frammento scultoreo ad ornare l’esterno dell’edificio.
Qui i romani continuano a far parlare Pasquino, incollando sul basamento del frammento marmoreo le moderne pasquinate, per le quali è stata allestita anche una apposita bacheca accanto alla statua.
Abate Luigi
Probabilmente l’Abate Luiggi è il meno fortunato nella congrega degli arguti, infatti è stato spostato diverse volte prima di essere collocato nel 1924 nella sua posizione attuale, inoltre ha subito diversi atti vandalici e numerose decapitazioni, anche dopo che la testa era sostituita con una copia. Anche negli anni ’60 questa statua tornò a parlare dopo una decapitazione. La pasquinata all’epoca diceva:
O tu che m’arubbasti la capoccia,
vedi da riportalla immantinente
sinnò, vòi vede? Come fusse gnente
me manneno ar governo. E ciò me scoccia
Al momento, la statua è priva di testa, in attesa che una copia sia collocata sul corpo per l’ennesima volta.

Il nome probabilmente deriva dalla somiglianza con un prelato della chiesa del Santissimo Sudario dei Piemontesi, mentre non c’è sicurezza sul soggetto effettivamente raffigurato. Potrebbe trattarsi di un console o di un magistrato romano.
La statua, rinvenuta nel 1515 è di epoca tardo romana. Si trova nel Rione Sant’Eustachio ed è posta sul lato sinistro della basilica di Sant’Andrea della Valle, in piazza Vidoni, a pochi passi dal “collega” Pasquino.
Sul piedistallo che la sorregge è incisa brevemente la sua storia:
Fui dell’Antica Roma un cittadino, ora Abate Luigi ognuno mi chiama. Conquistai con Marforio e con Pasquino nelle satire urbane eterna fama. Ebbi offese, disgrazie e sepoltura, ma qui vita novella e alfine sicura
Marforio

È una grande statua di epoca romana raffigurante una divinità delle acque, probabilmente Nettuno, si trova nei Musei Capitolini. Il nome potrebbe essere una storpiatura derivante dal luogo del suo ritrovamento: il Foro di Augusto che, nel Medio Evo era chiamato Foro di Marte, in latino Martis Forum, per la vicinanza con il tempio di Marte Ultore.
Altre ipotesi sul suo nome sono legate al nome di una famiglia che aveva una proprietà nei pressi del luogo di ritrovamento della scultura: i Marfoli o Marfuoli. Secondo altri, Marforio deriverebbe dall’iscrizione “Mare In Foro”, ormai non più visibile, che si trovava sulla stessa statua e di cui ci sarebbe attestazione in un antico documento.
Come statua parlante era la controparte di Pasquino in numerosi botta e risposta a distanza che non hanno risparmiato neanche Napoleone. Marforio in questa pasquinata fece una domanda alla più famosa tra le statue parlanti ottenendone una risposta sibillina e dall’ironia che contraddistingue i romani.
È vero che tutti i francesi sono ladri?
Tutti no, ma BonaParte!
Madama Lucrezia

È l’unica donna nella Congrega degli Arguti, un busto di marmo anch’esso di epoca romana. Potrebbe rappresentare una sacerdotessa o la dea Iside.
Pur essendo una statua parlante, non fu molto loquace, sono infatti poche le pasquinate che la vedono protagonista, tra queste se ne ricorda una sulla morte di Papa Gregorio XIV, che, molto ammalato, si era fatto ricoverare a Palazzo Venezia, nelle immediate vicinanze della scultura. Il pontefice sperava di recuperare, anche grazie alla tranquillità del luogo, ma morì poco dopo. Lo stesso giorno un cartello appeso al collo di Madama Lugrezzia affermò: “la morte entrò attraverso i cancelli”
Pare che questa statua debba il suo nome popolare a Lucrezia D’Alagno, una nobile napoletana, amante di Alfonso V d’Aragona, che si trasferì a Roma, abitando nella stessa zona in cui è situata la statua. A rafforzare l’ipotesi c’è il fatto che l’appellativo “Madama” era diffuso a Napoli nel ‘400, ma non a Roma.
La statua si trova in Piazza San Marco, accanto alla chiesa consacrata allo stesso santo, di fronte all’Altare della Patria, in Piazza Venezia. Si dice che nell’800 la statua sia stata al centro del Palio dei Disgraziati, un ballo al quale partecipavano soprattutto storpi e vecchi. Durante questa ricorrenza Madama Lucrezia era truccata e adornata con monili fatti di ortaggi.

Sembrerebbe, inoltre, che un noto frammento marmoreo noto come Pie’ di Marmo, situato nella vicina Via Santo Stefano del Cacco, sarebbe effettivamente uno dei piedi di Madama Lugrezzia, ma non vi sono studi che lo dimostrino, soltanto la credenza popolare.
Il Facchino

Questa statua è la più recente, risale infatti alla fine del ‘500 e fu attribuita addirittura da Vanvitelli a Michelangelo. È però improbabile che a scolpirla fu il Buonarroti, mentre è quasi certo che l’autore del Facchino sia Jacopo del Conte, un artista che viveva e operava in quell’area nello stesso periodo in cui la statua fu realizzata e al quale fu commissionata dalla Corporazione degli Acquaroli.
Originariamente questa fontana si trovava in Via del Corso, sulla facciata principale di Palazzo de Carolis Simonetti, fu spostata nella seconda metà dell’800 in Via Lata, su una facciata laterale dello stesso Palazzo.
Si dice che sia attribuita ad un acquaiolo, che vendeva acqua porta a porta, prendendola dalle fontane.
Altri sostengono che la fontana rappresenti un facchino molto amante del vino, aggiungendo che, prima dello spostamento, la fontana avesse anche un’iscrizione che diceva: “Ad Abbondio Rizio, nominato facchino sulla pubblica strada, abilissimo nel legare fardelli. Portò quanto peso volle, visse quanto poté e, mentre portava un barile di vino fuori e uno nel corpo, contro la sua volontà morì”.
Un’altra attribuzione è addirittura a Martin Lutero. Per un periodo, l’associazione con il teologo tedesco fu così sentita che la statua divenne bersaglio di sassaiole. Per questo motivo il volto della statua è così rovinato.
Qualche maligno, invece, sostiene che la statua fosse dedicata ad un oste con l’abitudine di annacquare il vino e che aveva una taverna in Via del Corso.
Il Babuino

Questa fontana rappresenta probabilmente un sileno a cui è stata apposta una testa che non era originariamente la sua. Le fattezze sgraziate del soggetto sono all’origine del soprannome che gli è stato dato dai romani che lo hanno considerato brutto come una scimmia.
La denominazione di Babbuino è divenuta presto così popolare da far cambiare nome anche alla via in cui si trova. Questa strada, infatti, in precedenza si chiamava Via Paolina.
La leggenda popolare vuole che questa statua divenne famosa a causa della miopia del Cardinale Dezza, che si inchinava al Babbuino ogni volta che gli passava davanti, forse scambiandolo per la statua di un santo.
Percorso suggerito
Le statue parlanti non sono molto distanti tra loro e con una passeggiata di circa un’ora è possibile ammirarle tutte e sei (sebbene Marforio sia all’interno dei Musei Capitolini che meritano una visita a parte).
Il suggerimento è di iniziare dal Babuino e concludere con Pasquino. Usando i mezzi pubblici è possibile raggiungere il vicino Piazzale Flaminio con la metro A e scendere alla fermata Flaminio, oppure con l’autobus. La stessa fermata è raggiungibile con le linee 628, 590, 490, 495, 160, 150, 120, 89, 61, C3.
Una volta raggiunto Piazzale Flaminio è sufficiente attraversare l’adiacente Piazza del Popolo e proseguire in Via del Babuino fino ad imbattersi nella fontana, che troverete sul lato destro.
Per dirigersi alla fontana del Facchino si può prendere Via dei Greci (alle spalle della fontana del Babuino) fino a raggiungere Via del Corso, raggiunta la quale attraversate e svoltate a sinistra, finché non troverete alla vostra destra Via Lata con il Facchino.
Per arrivare alla statua di Madama Lucrezia riprendete Via del Corso fino a Piazza Venezia, mantenendo la destra. Attraversate la strada, costeggiando Palazzo Venezia, sempre sulla destra troverete Piazza San Marco e il busto di Madama Lugrezzia.
Da qui è sufficiente attraversare la piazza, costeggiare l’Altare della Patria seguendo Via del Teatro di Marcello e salire la scalinata che porta in Piazza del Campidoglio. Potrete scorgere Marforio sbirciando nel palazzo alla vostra sinistra.
Per arrivare a vedere l’Abate Luigi occorre ridiscendere la scalinata, attraversare Piazza d’Aracoeli e percorrere l’omonima via fino a Piazza del Gesù, giunti qui svoltate a sinistra su Corso Vittorio Emanuele II e proseguite fino alla chiesa di Sant’Andrea della Valle. Qui, sulla sinistra troverete Piazza Vidoni con la statua dell’abate Luigi.
L’ultima tappa fino a Pasquino è brevissima. Basta tornare in Corso Vittorio Emanuele II e proseguire sulla sinistra fino a Piazza di San Pantaleo; qui attraversate e percorrete Via di San Pantaleo fino a Piazza Pasquino.
Qualora la passeggiata via abbia messo appetito o sete, proprio di fronte a Pasquino troverete l’ottima enoteca/trattoria “Cul de Sac”